Hamantaschen ai semi di papaveroSono venuta a conoscenza degli hamantaschen ai semi di papavero leggendo il bellissimo libro di Uri Scheft dal suggestivo titolo di Breaking breads, del quale avevo già provato la ricetta del challah che è servita per i katzu. Gli hamantaschen sono dei biscotti molto particolari grazie al loro ripieno di semi di papavero e alla loro forma triangolare, tradizionalmente consumati per la festa di Purim. In realtà gli hamantaschen possono avere molti ripieni diversi ma quello di semi di papavero è il loro ripieno storico, quello della tradizione. Il sapore è differente da ogni altro biscotto io abbia mai assaggiato perchè a differenza dei biscotti ripieni di marmellata o cioccolata non stanca essendo perfettamente bilanciato; lascia infatti una piacevole dolcezza in bocca senza che si senta lo zucchero. Cercando in rete delle notizie su questi particolarissimi biscotti,  ho letto qua una bellissima interpretazione del loro significato. Non sono in grado di giudicare se sia l’interpretazione corretta ma la trovo estremamente poetica, quindi la riporto cosi come l’ho trovata:

-“Gli ebrei trovano sempre un cibo per raccontare una storia. In questo caso è l’hamantash. La parte esterna è un semplice impasto ma il vero sapore è nascosto all’interno. Dietro la superficie c’è il cuore dell’hamantash, pieno di dolcezza. Anche le nostre vite sono cosi. A volte ci sembra di essere prima spinti e poi tirati da forze accidentali. Ci succedono cose che sembrano confuse e casuali; sembra non ci sia alcun motivo, alcuna direzione in questo freddo e ostile universo. Ma non è vero. Il piano c’è ma è nascosto. Sotto la superficie c’è una calda mano ed un cuore tenero che dirige l’universo. Raramente vediamo la mano e Purim è il giorno in cui si è svelata, quando un’incrinatura ha crepato il guscio della natura ed abbiamo potuto intravedere cosa si cela dietro ad esso. Purim ci ricorda che tutte le coincidenze non sono coincidenze e che nulla è per caso. Siamo ancora nel mezzo della nostra storia quindi è difficile vedere il quadro completo ma alla fine scopriremo che è tutto un grande hamantash”-

Hamantaschen ai semi di papavero

Hamantashen ai semi di papavero

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Serves: 8 Cooking Time:

Ingredients

  • Frolla alle mandorle:
  • 230 g burro di buona qualità freddo
  • 100 g zucchero a velo
  • 50 g zucchero semolato
  • 1 uovo e 1/2 sbattuto (uova grandi)
  • 400 g farina 00
  • 50 g farina di mandorle
  • 5 g di sale
  • Ripieno ai semi di papavero:
  • 220 g di semi di papavero
  • 315 g di latte fresco intero
  • 110 g di zucchero semolato
  • Buccia grattugiata di un limone bio
  • 45 g di burro
  • 15 g di marmellata di albicocche
  • 20 g di briciole di muffin o di torta
  • Per spennellare:
  • 1 uovo grande
  • 1 cucchiaio di acqua
  • Una presa di sale

Instructions

Frolla alle mandorle:

  1. Mettete il burro all’interno di un foglio di carta forno e sbattetelo con un matterello per renderlo plastico senza riscaldarlo troppo.
  2. Trasferite il burro, lo zucchero a velo e lo zucchero granulato nella vasca della planetaria con la K montata e mescolate a bassa velocità per circa 30 secondi (non vogliamo incorporare aria)
  3. Aggiungete le uova e lavorate solo fino a quando saranno incorporate premurandovi di staccare l’eventuale burro rimasto sul fondo.
  4. Mettete anche le  due farine ed il sale e lavorate fino a quando l’impasto non comincerà a stare insieme.
  5. Usando un tarocco date qualche piega veloce evitando così di lavorarlo troppo.
  6. Trasferite l’impasto su di un foglio di carta forno coprendolo con un altro e stendetelo per farlo freddare prima.
  7. Mettete in abbattitore (20 minuti) oppure in frigo (1 ora). A questo punto volendo si potrà conservare in frigo fino a 5 giorni oppure congelare per 1 mese.

Ripieno di semi di papavero:

  1. Versate i semi di papavero in un mixer e tritateli finché non diventeranno polvere ma fermatevi prima che si trasformino in una pasta.
  2. Versate il latte e lo zucchero in una casseruola che metterete su fuoco medio.
  3. Mescolate finché lo zucchero non sarà disciolto (circa 2 minuti) e quindi unitevi i semi di papavero, la buccia di limone grattugiata ed il burro.
  4. Abbassate al minimo il fuoco e cuocete mescolando continuamente (per evitare che i semi di papavero si attacchino  e brucino) fino a che la mistura non si assoderà, i semi avranno assorbito tutto il latte e si cominceranno a vedere le prime bolle (circa 5 minuti).
  5. Togliete immediatamente dal fuoco, mescolatevi la marmellata e le briciole di muffin o di torta.
  6. Trasferite in un contenitore che coprirete con pellicola alimentare e metterete in abbattitore per 15 minuti, oppure che farete freddare a temperatura ambiente.

Preparazione degli hamantaschen:

  1. Trasferite l’impasto sulla spianatoia infarinata leggermente.
  2. Cospargete con poca farina e tirate con il matterello fino a raggiungere uno spessore di circa 0,3 cm. Girate spesso l’impasto spolverizzandolo lievemente di farina per evitare che si attacchi alla spianatoia o al matterello. In caso la frolla si riscaldasse troppo, trasferitela per una ventina di minuti in frigo.
  3. Usando un tagliapasta circolare di circa 6 cm di diametro ritagliate gli hamantaschen e a mano a mano che li avrete ritagliati, disponeteli su due teglie da forno rivestite di carta forno.
  4. Mettete insieme i ritagli schiacciandoli insieme e trasferiteli subito in frigo protetti da pellicola alimentare.
  5. Con un pennellino spennellate la superficie dei dischetti e poi riempiteli con il ripieno usando un cucchiaino o una sac a poche senza metterne troppo altrimenti diventerà difficoltoso chiuderli.
  6. Ora usando indice e pollice di entrambe le mani chiudete il dischetto in 3 punti lasciando il cuore del ripieno scoperto: la classica forma dell’hamantaschen.
  7. Riutilizzate i ritagli ripetendo il processo.
  8. Ora mettete le teglie protette da pellicola in frigo e lasciatevele almeno un’ora o meglio ancora una notte intera perchè gli hamantaschen devono freddarsi bene per mantenere la forma.
  9. Sistemate due griglie in forno, centralmente e preriscaldate a 180°.
  10. Cuocete gli hamantaschen per circa 6 minuti quindi invertite l’ordine delle teglie e proseguite la cottura per altri 6 minuti.
  11. Fate freddare su di una griglia e conservate in un contenitore a tenuta d’aria fino a 3 giorni. Io ho surgelato direttamente quelli che non abbiamo mangiato. Bastano 15 minuti perchè tornino a temperatura ambiente, fragranti come appena sfornati.

Hamantaschen ai semi di papavero

Hamantaschen ai semi di papavero

Credits:  Chabad.org

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Monkey bread con erbe e spezieIl Re-cake di Maggio, Monkey bread alle erbe e spezie, mi ha assolutamente conquistata.  Il Monkey breadoaranygaluska se vogliamo chiamarlo con il suo vero nome, ha origini ungaro-ebraiche e viene servito per colazione versandovi sopra burro fuso, zucchero, cannella e noci. Il Monkey bread alle erbe e spezie proposto dalle cape invece è una cornucopia di sapori dove ognuno potrà scegliere il suo: semi di papavero e di sesamo, Piment d’Espelette per i temerari, mandorle a lamelle, erba cipollina, curry, prezzemolo e parmigiano ricoprono e abbelliscono le palline di morbido impasto che sono state preventivamente passate in burro aromatizzato all’aglio prima di essere cotte. Il risultato lo potete immaginare: un soffice pane lievitato con un profumo davvero stordente che mette a rischio le palline ancora prima che siano cotte poverine. Del resto i rischi e pericoli del pane all’aglio già li conoscevo, infatti da quando ho pubblicato questi, li ho sfornati di nuovo e di nuovo e di nuovo ancora e non ci stancano mai. L’unica raccomandazione che mi sento di darvi è che questo pane va fatto e va mangiato perchè la sua breve lievitazione non permette che si conservi a lungo ma si ovvia con la surgelazione, sempre che ne avanzi. Vi lascio con la ricetta. Ovviamente potete personalizzare i toppings a vostro piacimento, anzi, pensandoci bene, se si omettesse l’aglio si potrebbe anche fare una versione dolce con guarnizioni dolci di vario tipo, glassa, cannella, frutta secca varia, ganache.. La prossima volta 😉

Monkey bread con erbe e spezie

Monkey bread alle erbe e spezie

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Serves: 8 Prep Time: Cooking Time:

Ingredients

  • 600 g di farina Floriddia tipo 1
  • 2 cucchiaini di sale
  • 1 bustina di lievito di birra secco
  • 1 cucchiaino di zucchero
  • 1 uovo
  • 250 ml di acqua tiepida
  • 
80 ml di olio extravergine di oliva
  • 100 g di burro fuso
  • 
2 spicchi di aglio
  • 2 cucchiai di semi di sesamo tostati
  • 2 cucchiai di semi di papavero
  • 2 cucchiai di curry
  • 20 g di parmigiano grattugiato
  • 
20 g di mandorle a lamelle
  • 
2 cucchiai di Piment d'Espelette
  • 
2 cucchiai di erba cipollina tritata finemente
  • 2 cucchiai di prezzemolo tritato finemente

Instructions

  1. Mettete nella vasca della planetaria la farina, il sale, il lievito e lo zucchero.
  2. Mescolate con la K quindi aggiungete l’uovo, parte dell’acqua e l’olio e mescolate brevemente. Controllate se la quantità di acqua è sufficiente oppure se ne dovete aggiungere e poi sostituite la K con il gancio ed impastate a bassa velocità stando attente a non riscaldare troppo l’impasto. Dovrete ottenere un impasto liscio, elastico ed abbastanza morbido.
  3. Trasferite l’impasto in una ciotola leggermente oliata e fate lievitare per un’oretta. L’impasto deve raddoppiare di volume
  4. Imburrate uno stampo da plumcake con una parte del burro fuso.
  5. Riprendete l’impasto e sgonfiatelo. Mettetelo su una superficie leggermente infarinata e dividetelo in quattro parti. Da ciascun quarto ricavate 16 pezzi dai quali dovrete ottenere delle palline. Ripetete con il resto dell’impasto.
  6. In una ciotola mettete il burro fuso rimasto e l’aglio tritato finemente o schiacciato con uno spremiaglio.
  7. Preparate delle ciotoline e mettetevi rispettivamente i semi di sesamo, di papavero, il curry, il parmigiano, le mandorle, il Piment d’Espelette, l’erba cipollina e il prezzemolo.
  8. Spennellate una pallina di impasto con il burro all’aglio e passatela nei semi di sesamo. Mettetela quindi nello stampo preparato in precedenza. Ripetete l’operazione con le palline restanti, alternando i diversi ingredienti.
  9. Fate lievitare per una ventina di minuti e nel frattempo preriscaldate il forno a 180 gradi.
  10. Cuocete per 30-40 minuti o finché i panini non saranno dorati e cotti all’interno.
  11. Lasciate nello stampo per 5 minuti e fate raffreddare prima di capovolgere il monkey bread su una gratella.
  12. Servite caldo o a temperatura ambiente.

Notes

Il pane è ottimo anche se una lievitazione così veloce gli impedisce di conservarsi bene il giorno seguente se non tostato. Consiglio quindi di congelare quello che avanza a palline così tra gli altri vantaggi ci sarà quello di scongelarlo velocemente e si potrà anche scegliere il gusto da scongelare in base alla pietanza che si porta in tavola. Le erbe, in cottura, si sono molto scurite passando da un bel verde ad un marroncino ma anche gli altri condimenti in generale non hanno reagito troppo bene al calore quindi la prossima che preparerò il Monkey bread lo cuocerò perlomeno una ventina di minuti con la carta alluminio sopra e poi una volta che il pane si sarà stabilizzato e non rischierò di sgonfiarlo, la rimuoverò e farò colorire pane e condimenti.

Monkey bread con erbe e spezie

Con questa ricetta partecipo al Re-cake 2.0 di Maggio. Questa la locandina e questa la pagina Facebook.

 

E naturalmente porto questo pane dalla Sandrina che li raccoglie tutti nelle sue Ricette Itineranti

Ricette itineranti Panissimo

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Prawn katsu burger e la storia di Akiko Saito

Tanti tanti anni fa, appena prima di compiere i 16 anni, mio padre decise di mandarmi a Londra a frequentare un corso estivo di inglese. Ai tempi c’era la Mondadori che li organizzava: scuola + sistemazione in famiglia comprensiva di colazione e cena. Inutili i miei tentativi di convincerlo che avrei avuto più possibilità di imparare l’inglese se avessi abitato in centro. Ahimè, fui destinata ad una famiglia che abitava in Wandsworth Common che allora era periferia ma che adesso, con lo sviluppo dell’aerea metropolitana londinese, è  diventata uno dei 35 distretti della Inner London, cioè i quartieri che formano la parte centrale di Londra. La cosa tragica era che ai tempi l’unico modo per raggiungere Wandsworth era via bus (e io non parlavo abbastanza bene inglese per sentirmi sicura di scegliere quello giusto di notte) o via treno e l’ultimo treno diretto a Wandsworth partiva da Londra alle 22. La vacanza studio quindi perse molta della sua attrattiva anche se comunque la scuola era in centro e così almeno il pomeriggio me ne stavo in giro con i miei compagni (quasi tutti italiani) fino a che, come Cenerentola, la mia zucca mi riportava a Wandsworth, proprio quando l’azione cominciava. L’inglese non lo imparai ma almeno mi feci un’idea su cosa avrei dovuto fare la volta dopo per godermela un pò di più. Così quando tornai a Londra pretesi di essere ospitata da una famiglia che abitasse in centro e questa volta la sorte mi sorrise davvero perchè l’indirizzo era Holland Park, una delle zone più ricche e belle di Londra (tanto per farvi capire: una mia amica che abita ancora in zona, beata lei, mi ha mandato una foto di David Beckham che tirava due calci al pallone insieme al figlio proprio nel parco dove ero solita passeggiare). Il padrone di casa era un discografico famoso che non si vedeva mai, la moglie era una tipa alquanto alternativa, una hippie assolutamente fuori luogo in quell’ambiente di Bentley e Rolls e poi c’era il figlio, Jamie, un bambino di 3 o 4 anni che era stato cresciuto allo stato brado per non “tarpare le ali alla sua creatività condizionandolo con regole da adulti”. Tradotto in fatti, questo voleva dire che Jamie poteva andare in giro distruggendo tutto ciò che trovava sul suo cammino e lanciando oggetti addosso agli abitanti della casa (ricordo in particolare il grosso livido sulla fronte provocatomi da una macchina fotografica compatta). Ne pativamo la follia io e l’altra ospite della famiglia, una ragazza giapponese di nome Akiko. Per sfuggire a Jamie, spesso io ed Akiko uscivamo insieme e passavamo serate tranquille a parlare davanti ad una pinta di sidro nel pub vicino a casa. Akiko era una studentessa di psicologia alll’università di Tokyo ed aveva deciso di passare l’estate a Londra per un motivo molto più intrigante dell’imparare l’inglese, infatti aveva conosciuto Curt Smith dei Tears for fears a Tokyo ed avevano avuto una storia talmente intensa che Curt l’aveva pregata di raggiungerlo a Londra. In realtà poi le cose tra di loro non andarono avanti per molto perchè i Tears for fears stavano vivendo un momento di fama straordinario e quindi Curt non aveva molto tempo disponibile per Akiko e in ogni caso lei voleva tornare a Tokyo finite le vacanze per conseguire il dottorato. La nostra amicizia però, al contrario di quell’amore, stava crescendo, tanto che cominciavo a trovare davvero straziante il pensiero di dovermene separare, così alla fine dell’estate la invitai ad allungare la vacanza e a venire con me in Italia, luogo che lei non aveva mai visitato. Furono tre settimane splendide. Visitammo molte città ma ricordo soprattutto Venezia, io e lei a passeggiare di sera tra le calli buie, lo sciacquettio dell’acqua, i nostri passi tranquilli, la sua risata sempre coperta educatamente dalla mano con quel fare grazioso e timido così ricorrente nelle donne giapponesi, le sue foto scattate a Sandra Milo incontrata in Piazza San Marco che le avevo detto essere l’attrice italiana più famosa al mondo, il nostro ostello dalle suore, un luogo inquietante, dalle mille statuette della Madonna nascoste nell’ombra e il fortissimo, stordente profumo di incenso. Guardava le ragazze per strada, Akiko, e si vedeva brutta con le sue palpebre appena accennate, gli occhi a mandorla, i capelli troppo dritti ed era inutile cercare di confortarla assicurandole che lei era diversa ed appunto per questo bellissima. E soffriva di depressione, un mal di vivere che ogni tanto la prendeva e le copriva il  cuore  con un velo nero e soffocante, che le impediva di vedere la luce e le sue molte qualità. E allora mi scriveva, lunghe lettere crocchianti di carta sottile, nelle quali riversava tutta la sua disperazione, la difficoltà della sua scelta di studi, psicologia, in un mondo dove esternare le proprie emozioni non era appropriato, la competitività che lei detestava, lo stress, la difficoltà di tenersi al pari. Pensava di non essere abbastanza intelligente, abbastanza sveglia, odiava il rigore del Giappone, la poca spontaneità, rimpiangeva il calore umano che aveva conosciuto in Europa, sognava di esercitare la sua professione in Inghilterra. Era cattolica Akiko ed ho ancora un santino di una bellissima Madonna con gli occhi a mandorla proprio come lei  che avevo scoperto dentro una sua lettera, con scritto sul retro quanto mi sentisse vicina, come la sorella che non aveva mai avuto e come pregasse la Madonna per me. Ci siamo scritte per anni, senza che passasse un mese senza una sua lettera. Io ero tornata a Londra per restare, Akiko proseguiva i suoi studi a Tokyo e mi prometteva che ci saremmo presto riunite. Poi l’impensabile. Io cambio casa e le scrivo il mio nuovo indirizzo ad un indirizzo al quale lei non lo riceverà mai perchè contemporaneamente anche lei si è trasferita. Da allora la cerco, con ogni metodo possibile ed immaginabile: scrivo e telefono all’ambasciata giapponese dove mi rispondono che la privacy in Giappone è un concetto molto diverso dal nostro in Italia e che non è possibile darmi informazioni,  mi iscrivo su uno dei primi social network, ICQ e successivamente su MySpace, poi Facebook, ma mi scontro col fatto che ci sono centinaia di Akiko Saito e molte di queste senza foto sul profilo, allora abbino la ricerca del suo nome al termine psicologia e scopro che un famoso psicologo giapponese si chiama Akiko Saito, comincio a mandare brevi messaggi tutti uguali su Facebook e vengo bannata perchè il sistema li riconosce come spam, fermo addirittura i giapponesi per strada lasciandogli il mio indirizzo e chiedendo loro se tornati in Giappone possono cercare sull’elenco telefonico quel nome per me, perchè oltre a tutte le altre difficoltà c’è anche quella dei caratteri che io ovviamente non so leggere e che mi impedisce ricerche più approfondite. Poi un giorno ricevo un messaggio su Facebook. E’ una delle tante Akiko Saito alle quali ho mandato un messaggio che si è impietosita leggendolo e che si dichiara disposta ad aiutarmi. Le fornisco tutti i dati che possiedo, i precedenti indirizzi di Akiko, la data di nascita, le mando anche la foto di quando si è laureata perchè, mi spiega, in base all’abito si può capire che università ha frequentato. Questa straordinaria sconosciuta, alla quale porterò riconoscenza eterna, nonostante i mille impegni perchè ha un’impresa di design, comincia a visitare uno dopo l’altro, i luoghi dove Akiko ha vissuto e l’università dove ha studiato e finalmente trova una traccia: un professore di nome Yoshino conosce Akiko perchè ha insegnato alla sua classe. Si scambiano qualche mail e il Professor Yoshino fornisce un’indirizzo mail che però purtroppo non risulta più attivo. Indirizzo che alla fine ha .uk. Pare quindi che Akiko abbia realizzato uno dei suoi sogni infatti trovo in rete il riferimento ad una Akiko Saito nata esattamente lo stesso giorno dello stesso anno in cui è nata lei che risulta insegnante esterno all’università di Cambridge, allora scrivo all’università  chiedendo informazioni ma non mi rispondono. Nel frattempo l’altra Akiko continua instancabilmente a cercare tramite le università ma la ricerca si complica ulteriormente perchè si trovano sue tracce solo fino al 98 dopo di che sparisce perchè probabilmente si è sposata ed ha preso il nome del marito. Riesce però a scovare due studenti che si sono laureati con lei e che le parlano di una grave depressione. E qui purtroppo la ricerca si interrompe. Nessuna altra informazione, nessuna traccia da allora, ma io non mi rassegno e soprattutto non dimentico perchè quando due vite si sono incontrate ed intrecciate come le nostre, non è possibile che sia stato per caso. Una volta al mese torno su Facebook, cerco in rete il suo nome, controllo gli insegnanti di Cambridge e oggi scrivo questo post nel caso che, per qualche strano scherzo del destino, qualcuno che la conosce legga il post, ce la riconosca e la riporti da me, a casa. 

Prawn katsu burger la storia di Akiko Saito

Prawn katsu burger e la storia di Akiko Saito

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Serves: 2 Prep Time: Cooking Time:

Ingredients

  • Per i Katsu:
  • 200 g di gamberi sgusciati crudi
  • 1 cipollina fresca
  • 1 albume
  • 1 cucchiaio di farina di mais
  • 50 g di pangrattato
  • Sale
  • Pepe
  • Prezzemolo tritato
  • Farina bianca
  • 2 panini da hamburger (io impasto del challah)
  • Insalata o cavolo cinese

Instructions

Sciacquate i gamberi in acqua fredda ed asciugateli bene con carta assorbente.

Mettetene metà in una ciotola e l’altra metà mettetela in un mixer insieme alla cipollina fresca tagliata a rondelle, il sale ed il pepe.

Azionate il motore ad intermittenza perchè dovrete ottenere un composto non troppo fine.

Unitevi la farina di mais, l’albume, il prezzemolo ed il resto dei gamberi e tritate di nuovo ad intermittenza. I pezzettini dei gamberi dovranno rimanere visibili all’interno del composto.

Trasferite il composto in frigo dove dovrà compattarsi almeno per un’oretta.

Mettete il pangrattato in una ciotola bassa e larga mentre in una ciotola più piccola mettete 3 cucchiai di farina disciolti in poca acqua. Dovete ottenere una specie di pastella della consistenza della pastella per le crepes.

Prendete il composto dal frigo e dividetelo in due palline che appiattirete con le mani leggermente bagnate. Il composto tende a separarsi ma passandolo nella farina e nel pangrattato diventerà gestibile.

Tuffate i due hamburger nella pastella di farina e successivamente passatele nel pangrattato facendo attenzione che aderisca anche sui lati.

Trasferite gli hamburger così ottenuti in frigo per un’altra ora.

Preriscaldate il forno a 200° modalità ventilato, mettete gli hamburger su di una teglia da forno rivestita di carta forno, spruzzateli o spennellateli d’olio e cuocete per circa 5 minuti per lato, dopo di che ripassate altri 2,3 minuti per lato modalità grill.

Notes

Ho letto la ricetta dei katsu sul sito della BBC Good Food ma cercando in giro non sono riuscita a trovare molte notizie su questo piatto se non che katsu indica un piatto giapponese di pollo/maiale schiacciato, impanato con panko (che è un particolare tipo di pangrattato ottenuto con pane bianco tipico della cucina giapponese) e poi fritto. In fondo al post metto il link su come preparare il panko in casa se si volesse replicare il katsu esattamente alla maniera giapponese ma io ho usato un semplice pangrattato non troppo fine fatto in casa ed il risultato è comunque ottimo anche se la prossima volta il panko lo voglio provare. Il passaggio prima nella pastella di farina ed acqua e poi nel pangrattato l'ho aggiunto perchè la prima volta che ho cucinato i katsu si erano un poco sfatti. In questo modo invece restano belli compatti. La ricetta prevede la frittura che però ho sostituito con la cottura in forno ma siete liberi di provare la cottura originale. Ultima cosa: si congelano bene sia da cotti che da crudi.

Prawn katsu burger e la storia di Akiko Saito

Credits: BBC Good Food

 Qui il link su come preparare il panko in casa se si volesse replicare il katsu esattamente alla maniera giapponese. 

E questa è Akiko: la seconda studentessa a sinistra ❤

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chocolate raspberry tart di ottolenghi foto con ricettaChocolate raspberry tart di Ottolenghi ma no, questa volta non è colpa mia se torno con l’ennesima sua ricetta. La colpa è delle cape del Re-cake 2.0 che hanno deciso che il tema di questo mese sarebbe stata una ricetta del mio amato Ottolenghi e non una delle sue insalate o verdurine che di solito propongo in questo blog, no davvero.  Cosa vanno a scegliere loro? Una crostata e che crostata? Cioccolato e lamponi. Ho lungamente dibattuto tra me e me medesima se fosse il caso di saltare il Re-cake almeno per questo mese ma poi ho deciso di no e così il mio anno sabbatico dal colesterolo si interrompe per una frazione di secondo perchè tanto ci vuole a divorarsene una fetta e tornerò presto con ricette ben più avvedute ma credetemi, qua un strappo ci vuole perchè (e non poteva essere diversamente visto l’autore della ricetta) questa crostata è davvero superlativa. Croccante e cremosa, dolce ed asprigna, una forchettata è una bomba di sapori che vi esploderanno in bocca tanto che resistere alla seconda forchettata e poi alla terza diventerà davvero difficile. Del resto il mio cuoco preferito riesce nei dolci almeno quanto nei salati e le ricette del suo Sweet lo dimostrano tutte o almeno quelle che finora ho provato: i peanut sandies, i cranberry oat and white chocolate biscuites (qui dalle svalvolate), gli amaretti with honey and orange blossom e i lemon and semolina syrup cakes che ho visto qui su Starbooks. Questa chocolate raspberry tart di Ottolenghi va provata, non c’è dubbio alcuno e se proprio siete in stand-by dal colesterolo, fate come me: dimezzate la dose così limiterete i danni ma vi assicuro che ve ne pentirete amaramente già al primo morso. Il mio sentito grazie alle ragazze del Re-cake perchè anche questa volta hanno fatto centro anche se il mio colesterolo non è d’accordo ma in fin dei conti chi è che comanda tra noi due? 😉

chocolate raspberry tart di ottolenghi particolare fetta

chocolate raspberry tart di ottolenghi foto con procedimento

Chocolate raspberry tart di ottolenghi

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Serves: 8 Prep Time: Cooking Time:

Ingredients

  • Per la base:
  • 180 g di burro freddo
  • 
300 g di farina
  • 
90 g di zucchero a velo
  • ¼ di cucchiaino di sale
  • 1 tuorlo d’uovo
  • 30 ml di acqua fredda
  • Burro fuso per ungere la teglia
  • Per la confettura:
  • 200 g di lamponi/fragole
  • 60 g di zucchero
  • 3 pezzi di anice stellato
  • Per il ripieno al cioccolato:
  • 150 g di cioccolato al latte
  • 150 g di cioccolato fondente
  • 200 g di burro
  • 2 tuorli d’uovo
  • 2 uova intere
  • 60 g di zucchero
  • Per completare:
  • Cacao in polvere
  • 
Lamponi

Instructions

  1. Base:
  2. Tagliate il burro a cubetti e unitelo alla farina, lo zucchero e il sale all’interno della vasca dell’impastatrice oppure se preferite fare a mano, in una ciotola capiente. Impastate fino ad ottenere delle grosse briciole quindi aggiungete il tuorlo e l’acqua ed impastate fino a ottenere una palla che dopo essere stata appiattita farete riposare in frigo per circa un’ora.
  3. Confettura di lamponi:
  4. Lavate i lamponi e metteteli in una casseruola insieme allo zucchero e all’anice stellato.
  5. Mescolate e fate sobbollire a fuoco basso per circa 10 minuti quindi rimuovete l’anice stellato e fate freddare.
  6. Frolla:
  7. Preriscaldate il forno a 160 gradi. Spennellate con il burro fuso una teglia da crostata da 22 cm con fondo removibile.
  8. Stendete la pasta frolla a uno spessore di 2-3 mm e rivestitevi la teglia facendo un bordo di circa 1 cm.
  9. Coprite con cartaforno e riempite con legumi secchi o riso.
  10. Cuocete per circa 25 minuti dopo di che rimuovete carta e legumi e fate cuocere per altri 15 minuti o comunque finché la base non sarà dorata.
  11. Ripieno:
  12. Mettete i cioccolati a pezzetti e il burro in una ciotola e fate fondere a bagnomaria. 
  13. Montate le uova intere, i tuorli e lo zucchero finché non diventeranno chiari e spumosi quindi uniteli al cioccolato fuso.
  14. Assemblaggio:
  15. Versate la confettura nel guscio di frolla e livellate.
  16. Coprite con la crema al cioccolato e cuocete a 160 gradi per 20 minuti.
  17. Fate freddare, spolverizzate di cacao e decorate con lamponi e le fragole. 

Notes

-La teglia che ho usato è 35X11 ed è perfetta per metà dose. -A me l'acqua da aggiungere all'impasto della frolla non è servita e anzi, forse una decina di grammi in più di farina ci sarebbe stata perchè la frolla è venuta molto friabile e non ha tenuto bene la forma della teglia. -Una mezz'ora in frigo dopo aver ovviamente portato la crostata a temperatura ambiente aiuta la crema al cioccolato a solidificarsi ma io comunque non ho avuto problemi di sorta. -Ho usato cioccolato fondente e al latte perchè nessuno in casa gradisce le creme al cioccolato fatte solo col fondente. -Io per i passaggi ho utilizzato l'abbattitore Fresco dimezzando così i tempi. -La crostata è davvero buona e si conserva bene. Lo so per certo perchè a causa della qui presente che doveva fare le foto è stato impedito l'assaggio al resto della famiglia per 3 giorni e quando alla fine la crostata è stata resa finalmente disponibile, era perfetta. Chissà come sarebbe stata il primo giorno 😋 Riconfermo il mio amore assoluto per Ottolenghi ❤️

chocolate raspberry tart con coltello di servizio

Con questa ricetta partecipo al Re-cake 2.0 di Aprile. Questa la locandina:

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Couscous rosso con pomodori e cipolla di Ottolenghi su piatto con mestoloCon questo couscous rosso con pomodori e cipolla di Ottolenghi sono di nuovo qua a parlare di lui, di questo straordinario cuoco fonte di ispirazione per l’universo vegetariano e non. Per capire appieno la sua personalità curiosa ed apprezzarne ulteriormente il percorso bisogna però ripercorrere i fatti salienti della sua vita. Promesso: cercherò di essere breve 😊 Yotam Ottolenghi nasce a Gerusalemme ed è di discendenze italiana ed ebreo tedesca. Studia letteratura comparativa a Tel Aviv ma nel 1997 si trasferisce ad Amsterdam anche perchè in patria non vive bene il suo essere un giovane gay. Qui si dedica all’edizione ebraica del settimanale NIW e nel frattempo si prepara per il dottorato ma per nostra fortuna si rende presto conto che ama la cucina più di ogni altra cosa e così infila in un volume che spedisce a suo padre un foglietto dove spiega la sua decisione e si trasferisce a Londra dove lascia perdere la filosofia estetica e studia cucina francese a Le Cordon Bleu. Successivamente lavorerà come pasticcere in tre ristoranti: lo stellato Capital, il Kensington Place ed il Launceston Place.
Nel 99 la svolta. Entra nel locale Baker & Spice a Knightsbridge per cercare lavoro ma qui incontra lo chef Sami Tamimi. Dopo poche parole si rendono incredibilmente conto di avere non solo lo stesso background (sono nati lo stesso anno e sono cresciuti entrambi a Gerusalemme a pochi km di distanza uno dall’altro anche se ai due opposti del conflitto perchè Sami è israelo-palestinese) ma sono anche entrambi gay, si sono trasferiti a Tel Aviv nello stesso periodo, lì hanno addirittura frequentato frequentato gli stessi ristoranti ma nonostante questo le loro strade si sono incrociate solo a Londra, dove tra l’altro sono arrivati nello stesso periodo. Come potevano dunque non diventare amici quando verrebbe addirittura da pensare che l’universo intero abbia cospirato affinché si incontrassero? (grazie Coelho per la frase ispirata) 

Couscous rosso con pomodori e cipolla di Ottolenghi particolare fettaDa lì in poi è storia. Nel 2002 i due insieme a Noam Bar fonderanno la delicatessen Ottolenghi, nel famoso quartiere di Notting Hill e in breve Ottolenghi diventerà uno dei posti in dove mangiare uno spuntino grazie al genio dei due amici e all’uso insolito (per l’universo culinario british) delle verdure. Una delle frasi più rappresentative di Ottolenghi è che la sua missione è di celebrare le verdure e i legumi senza cercare di farli sembrare carne o usarli solo come accompagnamento alla carne ma facendoli essere quello che sono
Nel 2006 Ottolenghi inizia a scrivere per il Guardian una colonna settimanale, The new vegetarian, nonostante Ottolenghi non sia vegetariano e non sono la sola a ritenere che ne scriva con cognizione di causa 😊
Nel 2008 pubblica il suo primo libro, Ottolenghi che vende oltre 100.000 copie e al quale seguiranno Plenty , Plenty More, Jerusalem, Nopi e Sweet.
Da allora ha aperto altre due delicatessen, un ristorante e una brasserie chiamata Nopi (north of Piccadilly), si è sposato con il suo compagno Karl ed ha avuto due figli facendo il suo secondo coming out, questa volta come genitore gay. 

Couscous rosso con pomodori e cipolla di Ottolenghi su piatto e sottopiatto vista aereaDall’introduzione del libro Jerusalem:  “Una delle nostre ricette preferite di questa raccolta, un semplice couscous con pomodori e cipolla, si basa su un piatto che la mamma di Sami, Na’ama, gli cucinava quando era un bambino nella Gerusalemme musulmana, quella est. Più o meno nello stesso momento, nella parte ebraica della città, quella ovest, il padre di Yotam, Michael,  preparava un piatto molto simile. Essendo italiano, il piatto di Michael era però preparato con piccole palline di pasta chiamate ptitim. Tutte e due le versioni  erano deliziose e perfetto esempio di comfort food”

Ed è questo il motivo per il quale questo couscous, nonostante la sua semplicità, mi ha conquistata molto più di tanti altri piatti elaborati. Perché riesco ad immaginare il piccolo Sami che lo chiede a sua madre e come sempre mi sorprende quanto la cucina possa essere vero conforto con solo per il corpo ma soprattutto per l’anima, in special modo quando si soffre la malinconia per la propria terra d’origine. Un profumo, un sapore, hanno la straordinaria capacità di riportarti indietro in un attimo coccolandoti per qualche istante e facendoti sentire meno solo. E non a caso Ottolenghi ha dichiarato che cucina per sfuggire alla malinconia

Qui la mia ricetta del tadik, il piatto iraniano con il quale Ottolenghi ha contaminato il suo couscous.

Couscous rosso con pomodori e cipolla di Ottolenghi

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Serves: 4 Prep Time: Cooking Time:

Ingredients

  • 3 cucchiai di olio extra vergine d'oliva
  • 160 g di cipolla tritata finemente
  • 1 cucchiaio di conserva
  • 1 cucchiaino di zucchero
  • 320 g di pomodori maturi lavati e tagliati a dadini
  • 150 g di couscous
  • 220 ml di brodo vegetale bollente
  • 20 g di burro (sostituite con 1 cucchiaio di olio per la versione vegana)
  • sale e pepe

Instructions

Per il condimento del couscous:

Mettete 2 dei 3 cucchiai d’olio extra vergine in una casseruola bassa antiaderente di 22 cm e riscaldate a fuoco medio.

Mettetevi la cipolla tritata e cuocete per 5 minuti mescolando spesso. La cipolla si deve ammorbidire ma non scurire.

Unite la conserva e lo zucchero e cuocete per 1 minuto.

Aggiungete i pomodori, mezzo cucchiaino di sale e il pepe e cuocete per 3 minuti.

Per il couscous:

Mettete il couscous in una ciotola, versatevi sopra il brodo bollente e tappate con un coperchio o con plastica alimentare.

Fate riposare per 10 minuti e poi sgranate con i rebbi di una forchetta.

Aggiungete al couscous la salsa di pomodoro e mescolate bene.

Scaldate nuovamente a fuoco medio la casseruola che avete usato per il pomodoro e fatevi sciogliere il burro e il cucchiaio di olio extra vergine rimanente.

Rovesciatevi il couscous e con il dorso di un cucchiaio o con una spatola di silicone schiacciatelo uniformemente.

Coprite, abbassate il fuoco al minimo e fate cuocere per altri 10, 12 minuti o comunque finché non vedrete che i bordi del couscous cominciano a colorarsi.

Aiutatevi con una spatola per sollevare dai lati il couscous e vedere se si è formata la crosticina, altrimenti lasciate cuocere ancora coperto per qualche minuto. La base del couscous deve colorarsi e diventare croccante.

Rovesciate velocemente su di un piatto piano  facendo attenzione a non muovere troppo la casseruola e servite caldo o a temperatura ambiente.

Notes

Lungi da me modificare una ricetta di Ottolenghi ma ho comunque delle note personali da aggiungere: - Se non disponete di pomodori dolci e succosi perchè li avete terminati oppure perchè semplicemente non è stagione, questo couscous è straordinariamente buono anche se si usano pomodori pelati di buona qualità ma bisognerà diminuire la quantità dei pomodori di almeno 30 g altrimenti il couscous risulterà troppo liquido e si faticherà ad ottenere la crosticina. -Ho diminuito il quantitativo di burro da 40 a 20 g perchè per me 40 erano veramente eccessivi. Ritenetevi liberi di usare olio al posto del burro ma il burro ha un suo perchè e dona una dolcezza particolare al couscous. -Non preoccupatevi se alzando il couscous per vedere se si è formata la crosticina questo perde un poco la forma. Basterà pressarlo di nuovo e sarà bello come prima -Ultima cosa: come la mia amica Mahvash mi ha insegnato per il tadik a cui Ottolenghi si ispira, la crosticina si forma meglio se "rinvolgiamo" il coperchio con un canovaccio perchè assorbe la condensa che si crea sotto il tappo. Il sistema funziona ma non utilizzate il vostro canovaccio più bello perchè con il calore un pò di alone scuro potrebbe restare.

Couscous rosso con pomodori e cipolla di Ottolenghi

Altre ricette di Ottolenghi su questo blog:

Vellutata di topinambur con pesto di nocciole e spinaci

Lenticchie di Castelluccio con pomodorini confit e gorgonzola

Pissaladiere di ceci  

Ravioli di caprino con cavolo nero croccante su crema di ceci

 

 

Credits: Wikipedia The Indipendent

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