Prawn katsu burger e la storia di Akiko Saito

Tanti tanti anni fa, appena prima di compiere i 16 anni, mio padre decise di mandarmi a Londra a frequentare un corso estivo di inglese. Ai tempi c’era la Mondadori che li organizzava: scuola + sistemazione in famiglia comprensiva di colazione e cena. Inutili i miei tentativi di convincerlo che avrei avuto più possibilità di imparare l’inglese se avessi abitato in centro. Ahimè, fui destinata ad una famiglia che abitava in Wandsworth Common che allora era periferia ma che adesso, con lo sviluppo dell’aerea metropolitana londinese, è  diventata uno dei 35 distretti della Inner London, cioè i quartieri che formano la parte centrale di Londra. La cosa tragica era che ai tempi l’unico modo per raggiungere Wandsworth era via bus (e io non parlavo abbastanza bene inglese per sentirmi sicura di scegliere quello giusto di notte) o via treno e l’ultimo treno diretto a Wandsworth partiva da Londra alle 22. La vacanza studio quindi perse molta della sua attrattiva anche se comunque la scuola era in centro e così almeno il pomeriggio me ne stavo in giro con i miei compagni (quasi tutti italiani) fino a che, come Cenerentola, la mia zucca mi riportava a Wandsworth, proprio quando l’azione cominciava. L’inglese non lo imparai ma almeno mi feci un’idea su cosa avrei dovuto fare la volta dopo per godermela un pò di più. Così quando tornai a Londra pretesi di essere ospitata da una famiglia che abitasse in centro e questa volta la sorte mi sorrise davvero perchè l’indirizzo era Holland Park, una delle zone più ricche e belle di Londra (tanto per farvi capire: una mia amica che abita ancora in zona, beata lei, mi ha mandato una foto di David Beckham che tirava due calci al pallone insieme al figlio proprio nel parco dove ero solita passeggiare). Il padrone di casa era un discografico famoso che non si vedeva mai, la moglie era una tipa alquanto alternativa, una hippie assolutamente fuori luogo in quell’ambiente di Bentley e Rolls e poi c’era il figlio, Jamie, un bambino di 3 o 4 anni che era stato cresciuto allo stato brado per non “tarpare le ali alla sua creatività condizionandolo con regole da adulti”. Tradotto in fatti, questo voleva dire che Jamie poteva andare in giro distruggendo tutto ciò che trovava sul suo cammino e lanciando oggetti addosso agli abitanti della casa (ricordo in particolare il grosso livido sulla fronte provocatomi da una macchina fotografica compatta). Ne pativamo la follia io e l’altra ospite della famiglia, una ragazza giapponese di nome Akiko. Per sfuggire a Jamie, spesso io ed Akiko uscivamo insieme e passavamo serate tranquille a parlare davanti ad una pinta di sidro nel pub vicino a casa. Akiko era una studentessa di psicologia alll’università di Tokyo ed aveva deciso di passare l’estate a Londra per un motivo molto più intrigante dell’imparare l’inglese, infatti aveva conosciuto Curt Smith dei Tears for fears a Tokyo ed avevano avuto una storia talmente intensa che Curt l’aveva pregata di raggiungerlo a Londra. In realtà poi le cose tra di loro non andarono avanti per molto perchè i Tears for fears stavano vivendo un momento di fama straordinario e quindi Curt non aveva molto tempo disponibile per Akiko e in ogni caso lei voleva tornare a Tokyo finite le vacanze per conseguire il dottorato. La nostra amicizia però, al contrario di quell’amore, stava crescendo, tanto che cominciavo a trovare davvero straziante il pensiero di dovermene separare, così alla fine dell’estate la invitai ad allungare la vacanza e a venire con me in Italia, luogo che lei non aveva mai visitato. Furono tre settimane splendide. Visitammo molte città ma ricordo soprattutto Venezia, io e lei a passeggiare di sera tra le calli buie, lo sciacquettio dell’acqua, i nostri passi tranquilli, la sua risata sempre coperta educatamente dalla mano con quel fare grazioso e timido così ricorrente nelle donne giapponesi, le sue foto scattate a Sandra Milo incontrata in Piazza San Marco che le avevo detto essere l’attrice italiana più famosa al mondo, il nostro ostello dalle suore, un luogo inquietante, dalle mille statuette della Madonna nascoste nell’ombra e il fortissimo, stordente profumo di incenso. Guardava le ragazze per strada, Akiko, e si vedeva brutta con le sue palpebre appena accennate, gli occhi a mandorla, i capelli troppo dritti ed era inutile cercare di confortarla assicurandole che lei era diversa ed appunto per questo bellissima. E soffriva di depressione, un mal di vivere che ogni tanto la prendeva e le copriva il  cuore  con un velo nero e soffocante, che le impediva di vedere la luce e le sue molte qualità. E allora mi scriveva, lunghe lettere crocchianti di carta sottile, nelle quali riversava tutta la sua disperazione, la difficoltà della sua scelta di studi, psicologia, in un mondo dove esternare le proprie emozioni non era appropriato, la competitività che lei detestava, lo stress, la difficoltà di tenersi al pari. Pensava di non essere abbastanza intelligente, abbastanza sveglia, odiava il rigore del Giappone, la poca spontaneità, rimpiangeva il calore umano che aveva conosciuto in Europa, sognava di esercitare la sua professione in Inghilterra. Era cattolica Akiko ed ho ancora un santino di una bellissima Madonna con gli occhi a mandorla proprio come lei  che avevo scoperto dentro una sua lettera, con scritto sul retro quanto mi sentisse vicina, come la sorella che non aveva mai avuto e come pregasse la Madonna per me. Ci siamo scritte per anni, senza che passasse un mese senza una sua lettera. Io ero tornata a Londra per restare, Akiko proseguiva i suoi studi a Tokyo e mi prometteva che ci saremmo presto riunite. Poi l’impensabile. Io cambio casa e le scrivo il mio nuovo indirizzo ad un indirizzo al quale lei non lo riceverà mai perchè contemporaneamente anche lei si è trasferita. Da allora la cerco, con ogni metodo possibile ed immaginabile: scrivo e telefono all’ambasciata giapponese dove mi rispondono che la privacy in Giappone è un concetto molto diverso dal nostro in Italia e che non è possibile darmi informazioni,  mi iscrivo su uno dei primi social network, ICQ e successivamente su MySpace, poi Facebook, ma mi scontro col fatto che ci sono centinaia di Akiko Saito e molte di queste senza foto sul profilo, allora abbino la ricerca del suo nome al termine psicologia e scopro che un famoso psicologo giapponese si chiama Akiko Saito, comincio a mandare brevi messaggi tutti uguali su Facebook e vengo bannata perchè il sistema li riconosce come spam, fermo addirittura i giapponesi per strada lasciandogli il mio indirizzo e chiedendo loro se tornati in Giappone possono cercare sull’elenco telefonico quel nome per me, perchè oltre a tutte le altre difficoltà c’è anche quella dei caratteri che io ovviamente non so leggere e che mi impedisce ricerche più approfondite. Poi un giorno ricevo un messaggio su Facebook. E’ una delle tante Akiko Saito alle quali ho mandato un messaggio che si è impietosita leggendolo e che si dichiara disposta ad aiutarmi. Le fornisco tutti i dati che possiedo, i precedenti indirizzi di Akiko, la data di nascita, le mando anche la foto di quando si è laureata perchè, mi spiega, in base all’abito si può capire che università ha frequentato. Questa straordinaria sconosciuta, alla quale porterò riconoscenza eterna, nonostante i mille impegni perchè ha un’impresa di design, comincia a visitare uno dopo l’altro, i luoghi dove Akiko ha vissuto e l’università dove ha studiato e finalmente trova una traccia: un professore di nome Yoshino conosce Akiko perchè ha insegnato alla sua classe. Si scambiano qualche mail e il Professor Yoshino fornisce un’indirizzo mail che però purtroppo non risulta più attivo. Indirizzo che alla fine ha .uk. Pare quindi che Akiko abbia realizzato uno dei suoi sogni infatti trovo in rete il riferimento ad una Akiko Saito nata esattamente lo stesso giorno dello stesso anno in cui è nata lei che risulta insegnante esterno all’università di Cambridge, allora scrivo all’università  chiedendo informazioni ma non mi rispondono. Nel frattempo l’altra Akiko continua instancabilmente a cercare tramite le università ma la ricerca si complica ulteriormente perchè si trovano sue tracce solo fino al 98 dopo di che sparisce perchè probabilmente si è sposata ed ha preso il nome del marito. Riesce però a scovare due studenti che si sono laureati con lei e che le parlano di una grave depressione. E qui purtroppo la ricerca si interrompe. Nessuna altra informazione, nessuna traccia da allora, ma io non mi rassegno e soprattutto non dimentico perchè quando due vite si sono incontrate ed intrecciate come le nostre, non è possibile che sia stato per caso. Una volta al mese torno su Facebook, cerco in rete il suo nome, controllo gli insegnanti di Cambridge e oggi scrivo questo post nel caso che, per qualche strano scherzo del destino, qualcuno che la conosce legga il post, ce la riconosca e la riporti da me, a casa. 

Prawn katsu burger la storia di Akiko Saito

Prawn katsu burger e la storia di Akiko Saito

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Serves: 2 Prep Time: Cooking Time:

Ingredients

  • Per i Katsu:
  • 200 g di gamberi sgusciati crudi
  • 1 cipollina fresca
  • 1 albume
  • 1 cucchiaio di farina di mais
  • 50 g di pangrattato
  • Sale
  • Pepe
  • Prezzemolo tritato
  • Farina bianca
  • 2 panini da hamburger (io impasto del challah)
  • Insalata o cavolo cinese

Instructions

Sciacquate i gamberi in acqua fredda ed asciugateli bene con carta assorbente.

Mettetene metà in una ciotola e l’altra metà mettetela in un mixer insieme alla cipollina fresca tagliata a rondelle, il sale ed il pepe.

Azionate il motore ad intermittenza perchè dovrete ottenere un composto non troppo fine.

Unitevi la farina di mais, l’albume, il prezzemolo ed il resto dei gamberi e tritate di nuovo ad intermittenza. I pezzettini dei gamberi dovranno rimanere visibili all’interno del composto.

Trasferite il composto in frigo dove dovrà compattarsi almeno per un’oretta.

Mettete il pangrattato in una ciotola bassa e larga mentre in una ciotola più piccola mettete 3 cucchiai di farina disciolti in poca acqua. Dovete ottenere una specie di pastella della consistenza della pastella per le crepes.

Prendete il composto dal frigo e dividetelo in due palline che appiattirete con le mani leggermente bagnate. Il composto tende a separarsi ma passandolo nella farina e nel pangrattato diventerà gestibile.

Tuffate i due hamburger nella pastella di farina e successivamente passatele nel pangrattato facendo attenzione che aderisca anche sui lati.

Trasferite gli hamburger così ottenuti in frigo per un’altra ora.

Preriscaldate il forno a 200° modalità ventilato, mettete gli hamburger su di una teglia da forno rivestita di carta forno, spruzzateli o spennellateli d’olio e cuocete per circa 5 minuti per lato, dopo di che ripassate altri 2,3 minuti per lato modalità grill.

Notes

Ho letto la ricetta dei katsu sul sito della BBC Good Food ma cercando in giro non sono riuscita a trovare molte notizie su questo piatto se non che katsu indica un piatto giapponese di pollo/maiale schiacciato, impanato con panko (che è un particolare tipo di pangrattato ottenuto con pane bianco tipico della cucina giapponese) e poi fritto. In fondo al post metto il link su come preparare il panko in casa se si volesse replicare il katsu esattamente alla maniera giapponese ma io ho usato un semplice pangrattato non troppo fine fatto in casa ed il risultato è comunque ottimo anche se la prossima volta il panko lo voglio provare. Il passaggio prima nella pastella di farina ed acqua e poi nel pangrattato l'ho aggiunto perchè la prima volta che ho cucinato i katsu si erano un poco sfatti. In questo modo invece restano belli compatti. La ricetta prevede la frittura che però ho sostituito con la cottura in forno ma siete liberi di provare la cottura originale. Ultima cosa: si congelano bene sia da cotti che da crudi.

Prawn katsu burger e la storia di Akiko Saito

Credits: BBC Good Food

 Qui il link su come preparare il panko in casa se si volesse replicare il katsu esattamente alla maniera giapponese. 

E questa è Akiko: la seconda studentessa a sinistra ❤

12 maggio 2018 11 comments
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chocolate raspberry tart di ottolenghi foto con ricettaChocolate raspberry tart di Ottolenghi ma no, questa volta non è colpa mia se torno con l’ennesima sua ricetta. La colpa è delle cape del Re-cake 2.0 che hanno deciso che il tema di questo mese sarebbe stata una ricetta del mio amato Ottolenghi e non una delle sue insalate o verdurine che di solito propongo in questo blog, no davvero.  Cosa vanno a scegliere loro? Una crostata e che crostata? Cioccolato e lamponi. Ho lungamente dibattuto tra me e me medesima se fosse il caso di saltare il Re-cake almeno per questo mese ma poi ho deciso di no e così il mio anno sabbatico dal colesterolo si interrompe per una frazione di secondo perchè tanto ci vuole a divorarsene una fetta e tornerò presto con ricette ben più avvedute ma credetemi, qua un strappo ci vuole perchè (e non poteva essere diversamente visto l’autore della ricetta) questa crostata è davvero superlativa. Croccante e cremosa, dolce ed asprigna, una forchettata è una bomba di sapori che vi esploderanno in bocca tanto che resistere alla seconda forchettata e poi alla terza diventerà davvero difficile. Del resto il mio cuoco preferito riesce nei dolci almeno quanto nei salati e le ricette del suo Sweet lo dimostrano tutte o almeno quelle che finora ho provato: i peanut sandies, i cranberry oat and white chocolate biscuites (qui dalle svalvolate), gli amaretti with honey and orange blossom e i lemon and semolina syrup cakes che ho visto qui su Starbooks. Questa chocolate raspberry tart di Ottolenghi va provata, non c’è dubbio alcuno e se proprio siete in stand-by dal colesterolo, fate come me: dimezzate la dose così limiterete i danni ma vi assicuro che ve ne pentirete amaramente già al primo morso. Il mio sentito grazie alle ragazze del Re-cake perchè anche questa volta hanno fatto centro anche se il mio colesterolo non è d’accordo ma in fin dei conti chi è che comanda tra noi due? 😉

chocolate raspberry tart di ottolenghi particolare fetta

chocolate raspberry tart di ottolenghi foto con procedimento

Chocolate raspberry tart di ottolenghi

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Serves: 8 Prep Time: Cooking Time:

Ingredients

  • Per la base:
  • 180 g di burro freddo
  • 
300 g di farina
  • 
90 g di zucchero a velo
  • ¼ di cucchiaino di sale
  • 1 tuorlo d’uovo
  • 30 ml di acqua fredda
  • Burro fuso per ungere la teglia
  • Per la confettura:
  • 200 g di lamponi/fragole
  • 60 g di zucchero
  • 3 pezzi di anice stellato
  • Per il ripieno al cioccolato:
  • 150 g di cioccolato al latte
  • 150 g di cioccolato fondente
  • 200 g di burro
  • 2 tuorli d’uovo
  • 2 uova intere
  • 60 g di zucchero
  • Per completare:
  • Cacao in polvere
  • 
Lamponi

Instructions

  1. Base:
  2. Tagliate il burro a cubetti e unitelo alla farina, lo zucchero e il sale all’interno della vasca dell’impastatrice oppure se preferite fare a mano, in una ciotola capiente. Impastate fino ad ottenere delle grosse briciole quindi aggiungete il tuorlo e l’acqua ed impastate fino a ottenere una palla che dopo essere stata appiattita farete riposare in frigo per circa un’ora.
  3. Confettura di lamponi:
  4. Lavate i lamponi e metteteli in una casseruola insieme allo zucchero e all’anice stellato.
  5. Mescolate e fate sobbollire a fuoco basso per circa 10 minuti quindi rimuovete l’anice stellato e fate freddare.
  6. Frolla:
  7. Preriscaldate il forno a 160 gradi. Spennellate con il burro fuso una teglia da crostata da 22 cm con fondo removibile.
  8. Stendete la pasta frolla a uno spessore di 2-3 mm e rivestitevi la teglia facendo un bordo di circa 1 cm.
  9. Coprite con cartaforno e riempite con legumi secchi o riso.
  10. Cuocete per circa 25 minuti dopo di che rimuovete carta e legumi e fate cuocere per altri 15 minuti o comunque finché la base non sarà dorata.
  11. Ripieno:
  12. Mettete i cioccolati a pezzetti e il burro in una ciotola e fate fondere a bagnomaria. 
  13. Montate le uova intere, i tuorli e lo zucchero finché non diventeranno chiari e spumosi quindi uniteli al cioccolato fuso.
  14. Assemblaggio:
  15. Versate la confettura nel guscio di frolla e livellate.
  16. Coprite con la crema al cioccolato e cuocete a 160 gradi per 20 minuti.
  17. Fate freddare, spolverizzate di cacao e decorate con lamponi e le fragole. 

Notes

-La teglia che ho usato è 35X11 ed è perfetta per metà dose. -A me l'acqua da aggiungere all'impasto della frolla non è servita e anzi, forse una decina di grammi in più di farina ci sarebbe stata perchè la frolla è venuta molto friabile e non ha tenuto bene la forma della teglia. -Una mezz'ora in frigo dopo aver ovviamente portato la crostata a temperatura ambiente aiuta la crema al cioccolato a solidificarsi ma io comunque non ho avuto problemi di sorta. -Ho usato cioccolato fondente e al latte perchè nessuno in casa gradisce le creme al cioccolato fatte solo col fondente. -Io per i passaggi ho utilizzato l'abbattitore Fresco dimezzando così i tempi. -La crostata è davvero buona e si conserva bene. Lo so per certo perchè a causa della qui presente che doveva fare le foto è stato impedito l'assaggio al resto della famiglia per 3 giorni e quando alla fine la crostata è stata resa finalmente disponibile, era perfetta. Chissà come sarebbe stata il primo giorno 😋 Riconfermo il mio amore assoluto per Ottolenghi ❤️

chocolate raspberry tart con coltello di servizio

Con questa ricetta partecipo al Re-cake 2.0 di Aprile. Questa la locandina:

28 aprile 2018 12 comments
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Couscous rosso con pomodori e cipolla di Ottolenghi su piatto con mestoloCon questo couscous rosso con pomodori e cipolla di Ottolenghi sono di nuovo qua a parlare di lui, di questo straordinario cuoco fonte di ispirazione per l’universo vegetariano e non. Per capire appieno la sua personalità curiosa ed apprezzarne ulteriormente il percorso bisogna però ripercorrere i fatti salienti della sua vita. Promesso: cercherò di essere breve 😊 Yotam Ottolenghi nasce a Gerusalemme ed è di discendenze italiana ed ebreo tedesca. Studia letteratura comparativa a Tel Aviv ma nel 1997 si trasferisce ad Amsterdam anche perchè in patria non vive bene il suo essere un giovane gay. Qui si dedica all’edizione ebraica del settimanale NIW e nel frattempo si prepara per il dottorato ma per nostra fortuna si rende presto conto che ama la cucina più di ogni altra cosa e così infila in un volume che spedisce a suo padre un foglietto dove spiega la sua decisione e si trasferisce a Londra dove lascia perdere la filosofia estetica e studia cucina francese a Le Cordon Bleu. Successivamente lavorerà come pasticcere in tre ristoranti: lo stellato Capital, il Kensington Place ed il Launceston Place.
Nel 99 la svolta. Entra nel locale Baker & Spice a Knightsbridge per cercare lavoro ma qui incontra lo chef Sami Tamimi. Dopo poche parole si rendono incredibilmente conto di avere non solo lo stesso background (sono nati lo stesso anno e sono cresciuti entrambi a Gerusalemme a pochi km di distanza uno dall’altro anche se ai due opposti del conflitto perchè Sami è israelo-palestinese) ma sono anche entrambi gay, si sono trasferiti a Tel Aviv nello stesso periodo, lì hanno addirittura frequentato frequentato gli stessi ristoranti ma nonostante questo le loro strade si sono incrociate solo a Londra, dove tra l’altro sono arrivati nello stesso periodo. Come potevano dunque non diventare amici quando verrebbe addirittura da pensare che l’universo intero abbia cospirato affinché si incontrassero? (grazie Coelho per la frase ispirata) 

Couscous rosso con pomodori e cipolla di Ottolenghi particolare fettaDa lì in poi è storia. Nel 2002 i due insieme a Noam Bar fonderanno la delicatessen Ottolenghi, nel famoso quartiere di Notting Hill e in breve Ottolenghi diventerà uno dei posti in dove mangiare uno spuntino grazie al genio dei due amici e all’uso insolito (per l’universo culinario british) delle verdure. Una delle frasi più rappresentative di Ottolenghi è che la sua missione è di celebrare le verdure e i legumi senza cercare di farli sembrare carne o usarli solo come accompagnamento alla carne ma facendoli essere quello che sono
Nel 2006 Ottolenghi inizia a scrivere per il Guardian una colonna settimanale, The new vegetarian, nonostante Ottolenghi non sia vegetariano e non sono la sola a ritenere che ne scriva con cognizione di causa 😊
Nel 2008 pubblica il suo primo libro, Ottolenghi che vende oltre 100.000 copie e al quale seguiranno Plenty , Plenty More, Jerusalem, Nopi e Sweet.
Da allora ha aperto altre due delicatessen, un ristorante e una brasserie chiamata Nopi (north of Piccadilly), si è sposato con il suo compagno Karl ed ha avuto due figli facendo il suo secondo coming out, questa volta come genitore gay. 

Couscous rosso con pomodori e cipolla di Ottolenghi su piatto e sottopiatto vista aereaDall’introduzione del libro Jerusalem:  “Una delle nostre ricette preferite di questa raccolta, un semplice couscous con pomodori e cipolla, si basa su un piatto che la mamma di Sami, Na’ama, gli cucinava quando era un bambino nella Gerusalemme musulmana, quella est. Più o meno nello stesso momento, nella parte ebraica della città, quella ovest, il padre di Yotam, Michael,  preparava un piatto molto simile. Essendo italiano, il piatto di Michael era però preparato con piccole palline di pasta chiamate ptitim. Tutte e due le versioni  erano deliziose e perfetto esempio di comfort food”

Ed è questo il motivo per il quale questo couscous, nonostante la sua semplicità, mi ha conquistata molto più di tanti altri piatti elaborati. Perché riesco ad immaginare il piccolo Sami che lo chiede a sua madre e come sempre mi sorprende quanto la cucina possa essere vero conforto con solo per il corpo ma soprattutto per l’anima, in special modo quando si soffre la malinconia per la propria terra d’origine. Un profumo, un sapore, hanno la straordinaria capacità di riportarti indietro in un attimo coccolandoti per qualche istante e facendoti sentire meno solo. E non a caso Ottolenghi ha dichiarato che cucina per sfuggire alla malinconia

Qui la mia ricetta del tadik, il piatto iraniano con il quale Ottolenghi ha contaminato il suo couscous.

Couscous rosso con pomodori e cipolla di Ottolenghi

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Serves: 4 Prep Time: Cooking Time:

Ingredients

  • 3 cucchiai di olio extra vergine d'oliva
  • 160 g di cipolla tritata finemente
  • 1 cucchiaio di conserva
  • 1 cucchiaino di zucchero
  • 320 g di pomodori maturi lavati e tagliati a dadini
  • 150 g di couscous
  • 220 ml di brodo vegetale bollente
  • 20 g di burro (sostituite con 1 cucchiaio di olio per la versione vegana)
  • sale e pepe

Instructions

Per il condimento del couscous:

Mettete 2 dei 3 cucchiai d’olio extra vergine in una casseruola bassa antiaderente di 22 cm e riscaldate a fuoco medio.

Mettetevi la cipolla tritata e cuocete per 5 minuti mescolando spesso. La cipolla si deve ammorbidire ma non scurire.

Unite la conserva e lo zucchero e cuocete per 1 minuto.

Aggiungete i pomodori, mezzo cucchiaino di sale e il pepe e cuocete per 3 minuti.

Per il couscous:

Mettete il couscous in una ciotola, versatevi sopra il brodo bollente e tappate con un coperchio o con plastica alimentare.

Fate riposare per 10 minuti e poi sgranate con i rebbi di una forchetta.

Aggiungete al couscous la salsa di pomodoro e mescolate bene.

Scaldate nuovamente a fuoco medio la casseruola che avete usato per il pomodoro e fatevi sciogliere il burro e il cucchiaio di olio extra vergine rimanente.

Rovesciatevi il couscous e con il dorso di un cucchiaio o con una spatola di silicone schiacciatelo uniformemente.

Coprite, abbassate il fuoco al minimo e fate cuocere per altri 10, 12 minuti o comunque finché non vedrete che i bordi del couscous cominciano a colorarsi.

Aiutatevi con una spatola per sollevare dai lati il couscous e vedere se si è formata la crosticina, altrimenti lasciate cuocere ancora coperto per qualche minuto. La base del couscous deve colorarsi e diventare croccante.

Rovesciate velocemente su di un piatto piano  facendo attenzione a non muovere troppo la casseruola e servite caldo o a temperatura ambiente.

Notes

Lungi da me modificare una ricetta di Ottolenghi ma ho comunque delle note personali da aggiungere: - Se non disponete di pomodori dolci e succosi perchè li avete terminati oppure perchè semplicemente non è stagione, questo couscous è straordinariamente buono anche se si usano pomodori pelati di buona qualità ma bisognerà diminuire la quantità dei pomodori di almeno 30 g altrimenti il couscous risulterà troppo liquido e si faticherà ad ottenere la crosticina. -Ho diminuito il quantitativo di burro da 40 a 20 g perchè per me 40 erano veramente eccessivi. Ritenetevi liberi di usare olio al posto del burro ma il burro ha un suo perchè e dona una dolcezza particolare al couscous. -Non preoccupatevi se alzando il couscous per vedere se si è formata la crosticina questo perde un poco la forma. Basterà pressarlo di nuovo e sarà bello come prima -Ultima cosa: come la mia amica Mahvash mi ha insegnato per il tadik a cui Ottolenghi si ispira, la crosticina si forma meglio se "rinvolgiamo" il coperchio con un canovaccio perchè assorbe la condensa che si crea sotto il tappo. Il sistema funziona ma non utilizzate il vostro canovaccio più bello perchè con il calore un pò di alone scuro potrebbe restare.

Couscous rosso con pomodori e cipolla di Ottolenghi

Altre ricette di Ottolenghi su questo blog:

Vellutata di topinambur con pesto di nocciole e spinaci

Lenticchie di Castelluccio con pomodorini confit e gorgonzola

Pissaladiere di ceci  

Ravioli di caprino con cavolo nero croccante su crema di ceci

 

 

Credits: Wikipedia The Indipendent

12 aprile 2018 12 comments
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Onion bhaji cotte al fornoLe onion bhaji cotte al forno fanno parte della grande famiglia dei chaat (snacks), al pari dei samosa, dei papadums, dei momos, dei tikki (vedi la mia ricetta dei aloo palak tikki qui) e di altri mille straordinari spuntini che in India si vendono all’angolo di ogni strada. In India si sgranocchia qualcosa ad ogni ora del giorno e della notte ma a differenza di quello che succede molto spesso nei paesi occidentali, quello che si mangia non è confezionato industrialmente ma fresco e molto spesso appena cotto. Della cucina indiana tutti ormai conoscono il pollo Tikka Masala, il metodo di cottura Tandoori, il chapati e il naan ma quanti conoscono i chaat? Originari pare dell’Uttar Pradesh, sono ormai parte integrante della tradizione culinaria dell’intero continente indiano e un universo intero per noi da scoprire. Caldi, freddi, salati, dolci, piccanti, comodi per le loro dimensioni “da morso”, disponibili ad ogni ora e in ogni luogo, c’è sempre una buona scusa per gustarsi un chaat veloce. I venditori ambulanti di chaat si piazzano strategicamente vicino agli uffici, le stazioni dei treni, le scuole e i mercati con i loro banchetti e sembra che ce ne siano addirittura 300.000 nella sola Delhi. 

Onion bhaji cotte al forno

Il cibo di strada è una parte fondamentale della cultura indiana e ogni area ha le sue specialità : a nord paratha, Rajma, kadhi. A sud, idli, pongal, biryani, adai, paniyaram. Ad est momos, jhaal-muri, puchka, alu chaat. Ad ovest Vada Pav, cutting chai, Bhel puri, pav bhaji e questo solo per nominarne alcuni. Di solito sono composti da una base croccante che permette di portarli alla bocca senza sporcarsi troppo le mani, un ripieno vegetale, una salsa e poi l’onnipresente Chaat Masala, una miscela di spezie composta da peperoncino, polvere di mango, sale nero, assafetida, pepe nero e semi di cumino. Come l’umami è il sesto gusto dei giapponesi, quello indiano è chiamato chatpata ed è una combinazione di salato, dolce, aspro e piccante che è la caratteristica prima dei chaat. Quando sono stata in India in viaggio di nozze ho assaggiato molti chaat straordinari ma purtroppo non mi ricordo più i nomi. Le onion bhaji sono un ricordo di ciò che mangiavo a Londra dove, India a parte, si trovano i migliori ristoranti indiani al mondo. Vi lascio con la ricetta che costituirà parte del nostro pranzo di Pasqua perchè noi siamo etnici nel cuore 😊

Buone feste  

Onion bhaji cotte al forno

Onion bhaji cotte al forno

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Serves: 4 Prep Time: Cooking Time:

Ingredients

  • Un pezzetto di ginger di circa 2 cm tagliato a fettine
  • 2 cucchiaini di semi di cumino
  • sale
  • 800 g di cipolle bianche pulite e tagliate a metà e poi a fette in modo da ottenere mezzelune di mezzo cm circa
  • 4 cucchiai d'olio extra vergine d'oliva
  • 180 g di buona farina di ceci
  • 30 g di prezzemolo lavato e tagliato grossolanamente
  • 1/2 cucchiaino di peperoncino in polvere
  • 1 cucchiaino di coriandolo in polvere
  • 1/2 cucchiaino di curcuma in polvere
  • 1 cucchiaino di succo di limone
  • Sale

Instructions

Preriscaldate il forno a 180°.

Usando un mortaio oppure un mixer, riducete in pasta il ginger con i semi di cumino ed il sale.

In una padella capiente mettete l’olio e quando sarà caldo unitevi le cipolle e cuocetele girandole di tanto in tanto per circa 15 minuti o comunque finché non diventeranno trasparenti.

Trasferite le cipolle in una ciotola ed aggiungetevi il peperoncino, la pasta di ginger, il coriandolo, la curcuma, la farina di ceci setacciata con un colino, il prezzemolo, il succo di limone e 1/2 cucchiaino di sale.

Mescolate bene e poi unite un cucchiaino per volta di acqua (per un massimo di 30 ml). Quello che dovete ottenere è un composto morbido ma che tenga la forma una volta in forno. Attenzione, non deve essere della consistenza di una polpetta perchè dovrà essere colato sulla teglia con un cucchiaio.

Foderate una teglia con carta forno e quindi versatevi l’impasto a cucchiaiate cercando di dare a tutte le onion bhaji  più o meno la stessa forma.

Infornate e cuocete per circa 25 minuti, fino a quando non saranno dorate e servite subito.

 

 

Notes

Per prima cosa le spezie: la cucina indiana ne utilizza veramente tante ma per la maggior parte dei casi per iniziare a cucinare indiano vi basterà avere peperoncino, curcuma in polvere, cumino in polvere e in semi e coriandolo in polvere, che si possono acquistare tranquillamente in qualsiasi supermercato. Il ginger è veramente essenziale ma anche questo lo troverete ovunque e potrete usarlo anche per tisane e minestre. L'olio che si usa di solito è di semi ma io trovo che le spezie siano comunque così forti da permettere di usare dell'olio extra vergine senza che si noti la differenza. Il coriandolo è usato praticamente in tutti i piatti indiani ma a parte il fatto che qua da noi fresco non si trova, in casa nostra non ci piace il suo retrogusto di cimice quindi io lo sostituisco con il prezzemolo fresco. Ultimo punto: la farina di ceci. In India si usa la gram flour che però è diversa di sapore dalla nostra farina di ceci che è un poco più amara. L'unica farina che ho trovato che le assomiglia molto di sapore è quella del Molino Chiavazza, quella con il sacchetto rosso e blu. Probabilmente ci saranno altre farine altrettanto dolci ma tra quelle che io trovo qua in Toscana questa è quella più adatta.

Onion bhaji cotte al forno

Onion bhaji cotte al forno

Credits: Meera Sodha

31 marzo 2018 2 comments
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Tartellette con verdure primaverili e ricottaTartellette con verdure primaverili e ricotta è la ricetta proposta per il mese di Marzo da Re-cake 2.0 e con un titolo così sembrerebbe quasi che la primavera fosse arrivata. Peccato che invece tante verdure primaverili siano state bruciate dal gelo mettendo in crisi contadini e aziende. Il mio rivenditore bio per esempio ci ha mandato una mail scusandosi perchè non potrà assolvere all’impegno preso con il nostro G.A.S. per la consegna delle cassette settimanali. Mi vedo quindi costretta a fare scorta di verdure, dopo chissà quanto tempo, al Supermercato dove acquisto i beni di prima necessità, il poco scatolame che uso, il latte, la pasta. E devo dire che dopo anni di acquisti bio e a km 0 è un vero choc. Come già raccontato qua le mie abitudini sono ormai ben collaudate e con un pò d’organizzazione e con l’uso dell’abbattitore riesco a fare quasi del tutto a fare a meno del supermercato. Ovviamente mi rendo conto di essere fortunata ad avere il tempo materiale per farmi ogni settimana o due il giretto per  rifornirmi di verdure, carne e formaggi e certo anche il fatto di vivere in Toscana e ancor di più in provincia, rende tutto più semplice; acquistare bio sta però diventando pratica comune e anche in città si trovano aziende biodinamiche con i G.A.S. diventano veramente alla portata di tutti, anche economicamente. La differenza è innegabile: le verdure oltre ad avere un sapore migliore hanno anche una durata maggiore e poi pian piano ho imparato a godere del viaggetto tra le colline pisane e a prenderlo come un ulteriore beneficio, la possibilità di rallentare per un poco.. Queste tartellette comunque sono davvero buone. Leggere (la pasta fillo ha poche calorie), colorate e saporite vi faranno sentire la primavera  più vicina o comunque renderanno la vostra attesa molto più piacevole  😉

Tartellette con verdure primaverili e ricotta

Tartellette con verdure primaverili e ricotta

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Serves: 10 tartellette Prep Time: Cooking Time:

Ingredients

  • Per il ripieno:
  • 1/2 Kg di ricotta
  • 1 uovo
  • 1 spicchio di aglio finemente tritato
  • Una manciata di basilico fresco
  • 20 g di pecorino grattugiato
  • 20 g di fontina grattugiata
  • 25 g di Asiago grattugiato
  • Mezzo porro
  • 30 g di piselli)
  • 2 carciofi
  • 1 carota
  • 70 g di pomodorini
  • Sale
  • Pepe
  • Olio extravergine di oliva
  • Per la pasta fillo:
  • 75 grammi di manitoba
  • 40 ml di acqua calda
  • 1 e 1/2 cucchiaini di olio evo
  • 1/4 di cucchiaino di sale

Instructions

Preparazione della pasta fillo:

  1. Mettete gli ingredienti nella vasca della planetaria ed impastate con il gancio finché non otterrete un panetto elastico. Considerando che la quantità è poca potete anche decidere di impastare a mano.
  2. Formate una palla, coprite con pellicola e fate riposare almeno per un’ora.
  3. Riprendete la pasta e dividetela in 10 palline.
  4. Dividete a loro volta ogni pallina in tre palline più piccole.
  5. Stendetene una per volta passandola alla sfogliatrice partendo dal numero 1 per arrivare fino al numero 6.

Preparazione del ripieno:

  1. Pulite i carciofi, tagliateli a spicchi sottili e metteteli in acqua acidulata. Tagliate i pomodorini a quarti e conditeli con un pizzico di sale.
  2. Lessate brevemente i piselli in acqua salata e metteteli da parte.
  3. Affettate il porro, quindi mettetelo in padella con un bel giro d’olio. Aggiungete i carciofi, i piselli e la carota tagliata a julienne.
  4. Salate e pepate e fate stufare mantenendo le verdure croccanti.
  5. In una ciotola riunite la ricotta, il pecorino, l’Asiago, la fontina, il basilico, l’aglio e l’uovo. Regolate di sale e pepe. Mescolate finché non è tutto ben amalgamato. Unite anche metà delle verdure spadellate in precedenza.
  6. Ungete con l’olio una teglia da muffin e foderate ogni cavità con 3 delle sfoglie rotonde di pasta fillo avendo cura di spennellarle o ancora meglio spruzzarle prima di ogni aggiunta.
  7. Riempite con la ricotta e livellate bene.
  8. Disponete sulla ricotta le verdure rimaste ed i pomodorini.
  9. Condite con un filo d’olio ed infornate in forno preriscaldato a 200 gradi.
  10. Dopo 15 minuti controllate la cottura. Il guscio dovrà essere dorato e croccante ma se dovesse scurirsi troppo in fretta, coprite le tartellette con un foglio di alluminio.
  11. Sfornate e servite tiepidi o freddi.

Notes

Tirare 27 palline di pasta fillo richiede abbastanza tempo anche se secondo me esteticamente ne vale la pena. Se però andaste di fretta oppure se preferiste la tart al posto delle tartellette, vi basterà dividere l'impasto in 3 palline. Ne stenderete una per volta ottenendo delle strisce. Ungerete con l’olio un foglio di pasta fillo e lo metterete nella teglia rivestendo anche i bordi, quindi sovrapporrete il secondo, lo ungerete e così via fino all’ultimo foglio. A me l'impasto è avanzato. Se dovesse succedere anche a voi, vi consiglio di usare la rimanenza per riempirci dei paccheri cotti qualche minuto da fine cottura da passare in forno con sopra un bel sughetto di pomodoro fresco. Buoni almeno quanto le tartellette 😉

Tartellette con verdure primaverili e ricottaTartellette con verdure primaverili e ricottaCon questa ricetta partecipo al Re-cake 2.0 di Marzo. Questa la locandina:

22 marzo 2018 10 comments
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